Chi sono i Masai?

Rosso popolo africano

I Masai sono un popolo di pastori seminomadi che vive nella terra dei grandi parchi africani (Serengeti, Masai Mara, Ngorongoro, Tarangire, Kilimangiaro). Una successione di savane, grandi pianure e colline interrotte da picchi montuosi e laghi di origine vulcanica, collocata a cavallo tra Tanzania e Kenya, lungo la depressione della Rift Valley, nota anche come Steppa Masai (Masailand). Il significato letterale del termine Masai è “colui che parla il Maa”, una lingua fondata sulla tradizione orale.

Sono uomini e donne bellissimi, con figure longilinee e slanciate, occhi profondi zigomi alti, ancora legati ad uno stile di vita tradizionale, fondato sull’allevamento brado del bestiame e sul libero accesso, in base ai ritmi stagionali, alle risorse naturali.  I Masai sono riusciti a convivere, per secoli, in armonia con le grandi mandrie di elefanti, zebre, gnu, bufali e antilopi che ancora popolano le savane semi aride dell’Africa orientale.

Tutto ciò che offre la natura appartiene a tutti

Il libero accesso agli animali del territorio è per i Masai un diritto, una concessione divina. Tutto il bestiame della terra appartiene alla terra e quindi anche di loro proprietà: anche quello delle altre tribù appartiene indirettamente a loro, in qualità di dono divino. E tutta la loro vita gravita intorno alle mandrie. Le famiglie Masai sono sempre numerose, poligame e con molti figli. Tutti cooperano per aumentare il numero degli animali da allevare, elevando la posizione della famiglia: più bestiame più onore. I figli maschi formeranno altre famiglie mentre le femmine sono destinate a matrimoni concordati, spesso in cambio di altro bestiame.

Alle donne Masai è lasciato il compito della costruzione delle capanne, per le quali si utilizza lo sterco degli animali, disposte a cerchio e tutte circondate da rami spinosi per tenere lontano gli animali della savana

L’Africa corre ma non per gli africani

Estromessi dai territori dei parchi, compressi dalla crescita demografica, relegati nelle zone più aride dalla continua richiesta di terre per un utilizzo agricolo, i Masai hanno imboccato da tempo una pericolosa discesa verso una sempre maggiore emarginazione, indigenza, povertà. Siccità ricorrenti e disponibilità ridotta di pascoli hanno decimato le loro mandrie. La città peraltro offre scarse possibilità di impiego ai giovani guerrieri che, quasi sempre analfabeti, ambiscono al massimo a un impiego come guardiani notturni.

Se, fino a oggi, grazie e tradizioni fortemente radicate, i Masai sono rimasti sostanzialmente fedeli al loro tipico impianto sociale, economico e culturale, ora rischiano forse davvero di perdere la propria identità sotto la spinta di modelli sempre più pervasivi e seducenti. E un altro pezzo di Africa se ne va, nell’indifferenza generale, anche se ripresa da obiettivi fotografici. I Masai, piccoli puntini rossi nell’immensa savana, si ricordano come quelli che “ballando saltano” e non come un antichissimo popolo africano. Sempre più spesso appaiono nei villaggi turistici o aprono le loro case ai turisti di passaggio snaturandosi con una inconsapevole contaminazione, che li allontana dallo spirito selvaggio che li distingue. La speranza è che almeno rimanga loro l’orgoglio della loro glorie lontane e della passione, rossa come i loro abiti.

 

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