NAMIBIA: IMPALILA ISLAND, IL DITO DI CAPRIVI

Lo conoscono davvero in pochi. E altrettanto in pochi vanno a visitarlo. Il Dito di Caprivi è un territorio meraviglioso che rimanda però a lunghe, violente e sanguinose storie di sopraffazione, come il genocidio della tribù degli Herero, perpetrata dai colonialisti tedeschi ancora oggi molto sentita dai sopravvissuti. Il nome deriva dal tedesco Leo Graf von Caprivi, che ottenne per primo questa spada di terra, lunga meno di 500 chilometri e larga solo 45, che dalla Namibia si infila nei fianchi di Angola, Zambia e Botswana. Lo strategico sbocco sullo Zambesi è ancora oggi motivo di grandi dispute territoriali.

E fra tutti i litiganti, chi gode è chi visita questo “dito” meraviglioso. Io ci sono arrivata dalla Namibia, con un piccolo aereo, ritrovandomi all’improvviso in un paesaggio lagunare e tanta acqua annullando subito tutti i luoghi di sabbia e roccia ai quali gli occhi si erano abituati.

Quello che si incontra nel Dito di Caprivi è un ecosistema assolutamente insospettabile. Quando si pensa alla Namibia, si immaginano il deserto e le dune del Namib, le distese di sale del parco Etosha e l’aria ordinata, austera e prussiana delle sue città fondate dai coloni tedeschi.

Ma atterrando con un piccolo aereo a Impalila Island ci si trova d’improvviso con un orizzonte d’acqua, immersi in una distesa di canne che fluttuano nel vento, sulle rive di un fiume che scorre sei mesi in una direzione e sei mesi nell’altra, a seconda delle piogge.

E Impalila Island è uno scampolo di foresta nella corrente: da un lato lo Zambesi, dall’altra il fiume Chobe e tutt’intorno una distesa infinita di lagune tranquille e mille isole galleggianti formate solo dall’erba. Sono zone alluvionali che ricevono le piene dei grandi fiumi Okawango, Kwando e Zambesi.

Acque che arrivano da lontano, dagli altipiani dell’Angola e terminano la loro corsa in queste paludi trasformandone l’aspetto: da distese aride, che connotano il paesaggio da luglio a novembre, al mare verde e blu rigoglioso di vita e colore che si vede da dicembre a maggio.

Una delle stranezze liquide di questa regione è il Chobe, fiume che divide la Namibia dal Botswana. Il Chobe scorre in una direzione o nell’altra appunto, a seconda del livello delle acque nelle piane alluvionali. Durante la stagione secca il Chobe riceve acqua dallo Zambesi e la corrente si muove verso occidente. Invece durante la stagione delle piogge, queste pianure si allagano e ingrossano il Chobe che diventa affluente dello Zambesi e scorre verso est.

A bordo di lance con potenti motori si può navigare il fiume, costeggiando i confini del Parco nazionale Chobe. Superando canali tortuosi si attraversano stagni immobili e si costeggiano tratti di foresta impenetrabile.

Sulle rive si avvista, come in un documentario naturalistico, l’intera ricchezza zoologica dell’Africa Australe: leoni, elefanti che giocano in acqua, antilopi che si abbeverano, aquile pescatrici che si tuffano eleganti. E’ questa la magia del safari fluviale che permette di vedere gli animali nel loro vero ambiente.

Impalila è terra di misteri: per respirarne appieno l’atmosfera bisogna muoversi a piedi. Raggiungendo il grande baobab che svetta su una delle due colline dell’isola (mezz’oretta a piedi con una guida). Dalla cima dell’albero (si sale con una scaletta) si vedono contemporaneamente lo Zambia, la Namibia, il Botswana e lo Zimbabwe. Lo sapevano bene i soldati sudafricani che durante la seconda guerra mondiale lo usavano come osservatorio. E ora lo so anche io che ho nel cuore tanta Africa quanto i miei occhi ne hanno potuta vedere in quel momento.

 

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