NORVEGIA: LONGYEARBYEN

LA METROPOLI DELLE SVALBARD

Prima di arrivare a Longyearbyen, dai finestrini dell’aereo è tutto bianco. Dall’alto è tutto bianco, bianco sfumato di rosa, bianco striato di azzurro, bianco neve e bianco latte. E poi montagne, blocchi di ghiaccio che dapprima punteggiano la distesa blu del mare, poi diventano sempre più fitti fino a lasciare posto alla banchisa. Lo spettacolo delle Svalbard dall’aereo è mozzafiato. Solo nei rari villaggi le piccole case pastello, come note stonate in una sinfonia di bianco, sembrano voler rompere la monocromia.

In questa immacolata immensità non ci sono strade, se non un piccolo tratto che dall’aeroporto porta alla capitale, Longyearbyen, unica città delle Svalbard. La si nota subito per la sfilata di montagnole di carbone e i carrelli per il trasporto di minerali sospesi nel vuoto quasi dovessero rientrare in funzione.

Ancora negli anni ’60 Longyearbyen era abitata quasi esclusivamente da minatori e non c’erano locali pubblici. All’arrivo del primo volo di linea, la pista era illuminata dalle lampade ad olio degli operai. Oggi i segni del nuovo avanzano. L’attività estrattiva ha fatto il suo tempo e per rivitalizzare la fragile economia locale, si sta puntanto sul turismo ecocompatibile e ricerca scientifica, soprattutto nel campo delle telecomunicazioni e dell’ambiente.

L’Università di Longyearbyen è importantissima. Per frequentare i suoi corsi arrivano circa 300 studenti ogni anno da 22 paesi diversi. E, come tutti i residenti delle Svalbard, anche gli studenti devono superare un corso di sopravvivenza, imparare a pilotare una motoslitta e un gommone e a comportarsi nel modo corretto nel caso di un incontro con un orso polare.

Le moderne case a colori vivaci di Longyearbyen poggiano su palafitte, per far si che le condutture rimangano sempre al di sopra del permafrost, lo strato perennemente ghiacciato che si stende oltre i 50 centimetri di profondità. Fuori ci sono husky e motoslitte, unici mezzi di trasporto per una buona parte dell’anno. In mezzo al paese, le renne nane tipiche delle Svalbard brucano tra chiazze di verde stentato che digrada verso il fiordo.

Longyearbyen è una città molto giovane: la maggior parte degli abitanti ha meno di 40 anni. Ci si trasferisce qui per lavoro e per pochi anni, godendo degli incentivi fiscali concessi dal governo norvegese. Ma è giovane anche nella voglia di divertirsi. Pub, luoghi di incontro, concerti a tema in luoghi pubblici o privati, come l’università o i saloni della chiesa: ogni sera un appuntamento diverso.

Si beve gagliardamente nei pub e alle grandi feste collettive. Il quantitativo di vino è illimitato anche se per i residenti vige un tetto mensile per birra e liquori. Huset è il bar da studenti e minatori, il locale storico con spaccio e cinema. Tempo permettendo l’aereo lo rifornisce anche di frutta e verdura. Ha persino un suo ristorantino di atmosfera ben separato dal Pub, con grandi specialità di cucina artica e riserve quasi illimitate di vini pregiate.

Non è da meno il ristorante Nansen, all’interno dell’hotel Radisson Sas Polar. Pareti scure, lume di candela, e niente finestre: Il pub Barentz, situato all’entrata dell’albergo, è l’unico angolo delle Svalbard dove anche con il sole di mezzanotte regna il buio totale. E’ frequentato fino alle ore piccole seguito a ruota dal Kroa, localino arredato in stile trapper-kitsch con panconi di legno e pelli di foca.

Per gli acquisti si va allo Svalbardboutikken, dove tutti si recano a fare provviste.

Longyearbyen è una tappa d’obbligo per chiunque arrivi alle Svalbard. Di solito ci si passano almeno due giorni, indispensabili anche per orientarsi tra le varie attività proposte dagli operatori locali nelle diverse stagioni. Irrinunciabile una visita al piccolo Svalbard Museum, che documenta geologia, habitat e storia dell’arcipelago con la costruzione di stazioni baleniere, accampamenti dei trappers (cacciatori di pellicce) e l’immancabile miniera.

E pochi giorni passano in fretta, e arriva il momento di andarsene. Non immagini che tanta neve e tanto freddo possano scaldarti così tanto. E se quando arrivi hai il bianco negli occhi quando te ne vai hai il bianco nel cuore.

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