Il progresso in Oman

In Oman si viaggia nel tempo

Il progresso in Oman è stato veloce. Il tempo di uno starnuto e tutto è cambiato. Quando l’uomo sbarcava sulla luna, l’Oman era ancora fermo al Medio Evo. Sembra incredibile pensare che l’orlo interno delle spiagge, oggi cucito da hotel pieni di lussi e confort, fosse un basso e ampio arenile dorato, visitato solo dalle onde del Mare Arabico.

L’Oman e la sua evoluzione

Fino agli anni ’70 l’Oman era chiamato l’eremita del Medio Oriente. Il progresso in Oman inizia da una nazione senza strade asfaltate né scuole né ospedali, con il coprifuoco notturno e venti frustrate previste per chi veniva trovato con la sigaretta in bocca. La stampa non esisteva, radio e televisione erano immorali e per indossare gli occhiali era necessaria l’autorizzazione del Sultano, allora Said Bin Taimur, il cui unico pensiero era risanare uno stato ereditato negli Anni ‘30 in pieno dissesto economico. Alla fine ci riuscì, ma al prezzo dell’isolamento.

Una nuova apertura

Il successivo Sultano Qaboos, figlio di Said, aprì l’economia omanita e fu il vero protagonista del rinascimento in Oman, il vero promotore del progresso in Oman forse perché educato in Europa e con idee più innovative. Talmente innovative che depose il padre con un colpo di stato appoggiato dagli inglesi.

Una storia davvero complicata

La storia dell’Oman è un lungo elenco di contrasti e di vendette, di faide tra padri e figli, fra clan e tribù, di fratture fra una società mercantile rivolta al mare e una società tribale, nomade che guarda al deserto. I castelli che si incontrano sulle montagne settentrionali sono l’effetto di queste lotte: per difendersi ogni sceicco costruiva il proprio forte, a difesa dei valori dell’Oman.

I valori del passato e la corsa del presente

Alcuni di questi valori, sono arrivati al presente come nell’abbigliamento che prevede la dishasha per gli uomini e la niquab per le donne. Ad altri valori, come quelli del defunto Said, l’Oman ha rinunciato da tempo: questo paese 2 milioni e mezzo di abitanti, grande quanto l’Italia, (quattro quinti coperti da deserto) oggi è moderno, pulito, pieno di strade asfaltate e di telefonini. Qui le donne frequentano l’università, lavorano negli uffici, guidano i taxi. L’istruzione è gratuita per tutti, la mortalità infantile è del 7 per mille, le elezioni sono a suffragio universale.

L’apertura al turismo

Oggi si calcola che in Oman il petrolio durerà meno di 15 anni. E’ per questo che il paese ha deciso di non dipendere più solo ed esclusivamente da esso e sta cercando di sviluppare economie alternative come il turismo. In Oman non è un problema stare in bikini sulla spiaggia, così come trovare alcolici negli hotel o giocare d’azzardo alle corse dei cammelli. E così anche i figli della nascente borghesia stanno cambiando e nei fine settimana preferiscono andare a divertirsi nelle vicine discoteche di Dubai.

La natura non si muove

Ciò che rimane fermo immutato nel tempo è il paesaggio naturale di alcune zone ancora non toccate dalle mani ingorde del progresso. Le montagne, il deserto e larghe porzioni di mare rimangono come nel Medio Evo Omanita. Tra queste le Wahiba Sands, ancora oggi uno dei gioielli del sultanato. Un mare di dune alte duecento metri formate da quarzo, carbonato e sedimenti marini che si spostano verso l’interno di dieci metri all’anno. All’apparenza desolate e deserte ospitano in realtà 180 specie di piante e 200 fra uccelli, rettili, anfibi e mammiferi. Compresi i Wahiba, una tribù di diecimila beduini discendenti dei primi abitatori della regione che vive allevando capre e dromedari.

Trovare l’equilibrio

Forse è un giusto equilibrio: l’Oman ha mantenuto una parte selvaggia e primordiale affiancando lusso e comodità. Un’evoluzione veloce ma vantaggiosa, quella dell’Oman. Una mutazione strarodinaria ma avveduta, che coniuga progresso e natura senza invasioni di campo: c’è spazio per tutti, anche per gli ospiti occidentali, così esigenti e capricciosi.

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