BHUTAN, LA VALLE DEI TEMPLI

C’è un paese nel lontano Oriente, schiacciato tra la Cina e l’India dove, se vi viene voglia, puoi mangiare un formaggio uguale all’Emmenthal prodotto con il latte di mucche indigene, dove si respira aria sottile e fresca delle valli alpine e dove le case sono di legno scuro, come le baite o le malghe degli alpeggi. Qualche banca e qualche Mercedes e potreste pensare di essere in Svizzera, Bolzano o Aosta…

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Ma sul fondo delle valli non si coltivano meli o vigneti ma risaie e al posto di castelli scuri in pietra si ergono imponenti dzong, monasteri fortezza dipinti di bianco.

Ancora oggi gli dzong sono monasteri, luoghi sacri e sedi decentrate del governo e quotidianamente la vita pulsa tra candele accese e genuflessioni.

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Il Bhutan è così, sembra di essere a casa, tra gente pacifica e semplice che ha la particolarità di indossare abiti diversi, gli uomini una specie di gonna corta e le donne in lungo. Tutto si regge su uno strano equilibrio tra medioevo e terzo millennio, carico di forza interiore ed esteriore capace di resistere per anni agli appetiti di India e Cina.

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Anche l’attuale sovrano Jigme Khesar Namgyel Wangchuck governa coniugando la conservazione di uno stato rurale legato a doppio filo alla tradizione e alla religione aprendosi raramente alla modernizzazione.

Sul fronte dell’economia il re ha acconsentito ad una moderata liberalizzazione, poiché la sua suggestiva politica è quella che misura il benessere usando non il metro contabile ma il sistema spannometrico della “felicità interna lorda”.

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Non si tiene conto infatti di quanto si guadagna e si produce, ma anche di quanto l’ambiente viene rispettato e quanto la solidarietà tiene uniti i cittadini. Inoltre chiede che si rimanga uomini e donne pii e timorati di Buddha, anche scaricando pagine web.

Consideriamolo illuminato: le sue manovre economiche hanno il merito di guardare un po’ più in là del naso, dimostrando una sana consapevolezza degli effetti disastrosi che può avere uno sviluppo economico incontrollato e selvaggio.

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Anche il turismo quindi è sottoposto ad un controllo strettissimo: poche migliaia di visitatori all’anno, obbligati ad utilizzare gli operatori turistici locali. Per tutti un prezzo unico, uguale per tutti, senza differenze di trattamento o di categoria, e l’incasso finisce direttamente nelle casse dell’erario bhutanese.

Ma i pochi turisti hanno il privilegio di scoprire un paese ancora intatto, fatto di strade che si inerpicano interminabilmente lungo di fianco a ripide montagne, valli profonde, lontani picchi himalayani, piccole cittadine raccolte intorno agli dzong.

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