I piccoli monaci del Buthan

Per tradizione in Buthan le famiglie  mandano almeno un figlio nelle scuole religiose, monasteri chiamati lobdra (per i piccoli) e shedra (per i grandi), vivendolo come un merito e per il figlio una benedizione. Non importa il ceto o la posizione sociale: il ragazzo  verrà educato per un  futuro monastico, fatto di privazioni e meditazione. E’ un privilegio la pace interiore, un modello di vita. Li vedi passare, i piccoli monaci del Buthan, diligenti piccole farfalle rosse.

Vita dura per i fanciulli

La vita in monastero non è così facile: alle quattro e trenta del mattino la campana comincia a risuonare tra le antiche mura bianche dello dzong. E così comincia la giornata della vita dei piccoli monaci del Buthan. Una vita dura, frugale, scandita da ritmi quotidiani che si ripetono da secoli uguali a se stessi. Le preghiere e lo studio cominciano subito, nelle spoglie sale destinate all’istruzione.Qui bambini e ragazzi accovacciati con le gambe incrociate e le braccia raccolte al petto ondeggiano avanti e indietro, cantilenando preghiere e litanie che leggono dai libri.

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L’intervallo!

La prima interruzione arriva verso le sette: un breve break per il tè. Poi, ricomincia lo studio e va avanti fino alle tre del pomeriggio, quando viene servito un pranzo, in genere a base di riso e verdure. Non ci sono molti divertimenti per i piccoli monaci del Buthan, oltre alle feste religiose, che rappresentano il momento più emozionante di una vita che ruota intorno allo spirito più che al corpo.

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Piccoli adulti

Tuttavia, eventi come la proiezione dei rarissimi film di produzione bhutanese, anche per la loro straordinarietà, ammettono deroghe. E capita allora di vedere gruppetti di giovani monaci entrare nelle sale di proiezione, con indosso magari un caldo pile arancione. Solo allora ti accorgi che sono bambini uguali ai nostri, ai quali è  concesso pochissimo tempo per giocare, per essere bambini. Una vita da adulto per essere un adulto migliore…

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