TIMIMOUN: L’OASI ROSSA

Atolli verdi di palme, lambiti da un mare mosso di dune, dove la vegetazione cresce e l’acqua scorre abbondante. In realtà le oasi sahariane non sono un generoso regalo della natura, ma il risultato di un’ingegnosa organizzazione dello spazio e delle risorse idriche, la realizzazione di sofisticate tecniche di ingegneria idraulica tramandate da millenni.

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Anche l’oasi di Timimoun, che sembra sorgere dal nulla del deserto, sfrutta con un antico sistema di canali l’acqua proveniente dagli altipiani. La circolazione idrica è alimentata dalle foggare, tunnel sotterranei lunghi decine di chilometri scavati dall’uomo per catturare l’acqua imprigionata nel sottosuolo.

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Le foggare raccolgono l’umidità notturna e le piogge che cadono sulle montagne a nord e che, non trovando sbocchi al mare, s’infiltrano nella falda sotto la sabbia.

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Quando l’acqua così incanalata arriva nelle oasi, una grossa pietra a forma di pettine ripartisce il flusso che spetta a ogni orto -giardino (fellah). Un fitto dedalo di canali gira lungo i perimetri dei giardini fino a giungere alle colture da irrigare. L’agricoltura si struttura in piccole aiuole rigogliose, dette Jenna, che in arabo significa giardino-paradiso.

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Nulla è lasciato al caso: la vegetazione nell’oasi si stratifica in tre livelli. A quello più alto le fronde delle palme come un ombrello riparano i frutteti dai pungenti raggi solari; sotto l’ombra degli alberi da frutto si trovano i più teneri ortaggi.

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Le oasi sahariane sono quindi dimostrazione di come l’uomo sia riuscito a vivere anche in situazioni ambientiali difficili, utilizzando i modo ingegnoso i principi sottili di umidità, fertilità e vivibilità.

Un patrimonio di conoscenze e tecniche che le genti del deserto si tramandano da secoli.

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