VIETNAM: HO CHI MINH, MEMORIE DENTRO E FUORI DAI TUNNEL

Dedicato a quelli che come me vivono l’attuale situazione mondiale con un quotidiano senso di oppressione, che sentono il cuore restringersi davanti alle immagini di bombardamenti e devastazioni in paesi non così lontani o attentati inspiegabili in paesi davvero vicini. Dedicato a tutti quelli che ancora inorridiscono di fronte alla cattiveria e all’ingiustizia senza darne né senso o ragione e soprattutto a quelli che, proprio come me, sono profondamente convinti dell’inutilità della guerra, indipendentemente dal colore della pelle o dalla religione di appartenenza.

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Ci sono viaggi che ti trasmettono grandi insegnamenti visitando luoghi pregni di storia e di ferite. Quello che senza dubbio rappresenta in modo prepotente l’inutilità della guerra è il Vietnam. Mentre visiti questo meraviglioso paese non puoi fare a meno di affrontare luoghi, foto, testimonianze, armi e segni negli occhi e nel cuore in ogni città vietnamita. Il dolore rimane sospeso a mezz’aria e l’orrore della guerra ti percorre la schiena, come un brivido freddo.

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Ma ciò che mi ha particolarmente impressionato è stato l’avvicinarmi alla realtà dei tunnel, tanto esaltati dalla cinematografia americana. Le gallerie furono scavate a forza di braccia: la loro profondità variava tra i due e dieci metri, e la larghezza tra il metro e venti e gli ottanta centimetri. In alcuni punti i tunnel correvano su tre livelli sovrapposti, ed erano state previste vere e proprie cittadelle sotterranee con spazi comuni, cucine e dormitori.

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Nel 1965 la rete dei tunnel aveva raggiunto la sua massima estensione, circa 200 chilometri, e collegava, all’insaputa degli americani, Saigon con il confine cambogiano, permettendo ai vietcong di sferrare attacchi a sorpresa oltre le linee nemiche e talvolta perfino all’interno di basi militari americane, scomparendo poi nel nulla grazie a una serie di minuscole botole, troppo strette per la costituzione fisica del soldato americano medio, nascoste nella foresta.

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Disperazione anche fuori dai tunnel, tra i giovani americani stremati in un territorio ostile e un nemico tenace e organizzato, veloce e trasparente come un fantasma. Per anni gli americani non ebbero la certezza dell’esistenza di un tale sistema di gallerie.

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Quando, nella seconda metà degli anni ’60, cominciarono a sospettare, soprattutto a causa dell’ingente numero di imboscate e conseguenti perdite, cercarono di snidare i vietcong con massicci bombardamenti e lanci di defolianti, e qui l’inizio della fine, senza né vincitori né vinti.

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Alcuni tunnel sono ancora visitabili, ad esempio quelli del distretto di Cu Chi, parte dalla vasta periferia di Ho Chi Minh City. Tutta la zona (circa 420 chilometri quadrati) risultò essere, alla fine del conflitto, la più colpita dalle bombe, da gas e da agenti chimici.

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Se hai coraggio e fisico puoi provare a passare all’interno di quei cunicoli strettissimi, ma anche solo avvicinarti all’apertura ti trasmette l’angoscia della fuga, la paura per la vita. I vietcong ci vivevano, soli o con le famiglie, ci dormivano e combattevano per l’indipendenza, mentre all’esterno la guerra urlava, vomitando napalm e sangue americano.

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Tunnel più accessibili sono visitabili a Vinh Moc, sicuramente meno angusti di Cu Chi, dove riesci a camminare in piedi, ma il senso di oppressione permane, nonostante una più comoda perlustrazione. Ti rendi però conto che stai visitando, con una curiosità completamente priva di allegria, una delle opere belliche più incredibili della storia, oggi monumento nazionale.

Ogni centimetro di quelle gallerie è stato scavato con volontà e dolore, come luogo di rifugio e di attacco, testimonianza della forza della disperazione comune a molte altre grandi opere costruite per scopi bellici.

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Guerra è la parola che associ immediatamente al Vietnam, dimenticandone l’antica storia, la natura rigogliosa e mare cristallino. E molti altri paesi al mondo stanno per subire la medesima marchiatura. Ma si continua a non imparare nulla dalla storia, sempre pronti ad ammirare nuove opere di sangue e disperazione mentre ci sono già altri uomini disperati al lavoro.

 

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